Comunicazione Video per il Web

ideazione e realizzazione di Web tv, Net Tv e Vlog per la vostra azienda

Web 2.0 per aziende: Blog, Twitter, Social Network, YouTube, Forum...

Cosa è Twitter?

Apr 22nd, 2008 by Mauro | 0

E’ passato circa un anno da quando ho iniziato ad utilizzare Twitter. Da allora gli utenti del servizio, che è ancora alla ricerca di un modello di business, sono notevolmente aumentati e forse si è un po’ meglio definita l’anima dello strumento. Nel frattempo sono state prodotte analisi convincenti su Twitter e sulla sua natura di ambito comunicativo anomalo: quello che oggi vorrei cercare di fare è trasmettere quali sono state le mie sensazioni di semplice utilizzatore.

Fin da subito molti commentatori riferendosi a Twitter lo hanno iscritto fra gli strumenti di blogging. Visto che l’interfaccia era scarna ed il limite dei 140 caratteri piuttosto stringente, un numero piuttosto alto di esperti di nuove tecnologie ha iniziato a dire che Twitter sarebbe uno strumento per una attività nuova e misteriosa definita dal neologismo “microblogging”. Twitter viene quindi spesso citato, accanto a veri e propri editor di blog come Tumblr, all’interno di una galassia in espansione di strumenti molto leggeri e di semplice utilizzo, adatti a rappresentare il proprio pensiero in rete nel giro di pochi istanti.

Il bello degli strumenti di comunicazione è che spesso il loro uso prescinde da regole fisse e talvolta perfino dai progetti dei suoi ideatori e quindi Twitter può a buon titolo essere considerato anche una piattaforma per bloggare, rinchiusa nel limite solo testuale dei 140 caratteri. La mia impressione è che Twitter stia al blogging come la bicicletta al giro del mondo. Non che lo si possa fare, ma insomma, esistono anche maniere migliori.

Per una volta la prima intuizione che raccontavo su queste stessa pagine un anno fa continua a sembrarmi convincente: Twitter – nella mia personale esperienza- dà il meglio di se come strumento di interazione privata fra soggetti che si conoscono. Rispetto alla pletora di altre interfacce che mettono in contatto le persone utilizzando la rete Internet (come ad esempio i sistemi di messaggeria) ha alcuni vantaggi che io trovo consistenti e per ora scarsamente sostituibili: Twitter è asincrono, permette di alternare comunicazioni private (i direct messages) ad altre più estese, è crossmediale (vale a dire segue le persone fuori da Internet dentro le reti mobili degli operatori telefonici), unisce i vantaggi di immediatezza degli SMS alle dinamiche di rete delle piccole comunità.

Non che altri utilizzi differenti da quelli semi-privati non siano possibili: per esempio moltissimi utenti di Twitter collezionano un numero sufficientemente ampio di followers e utilizzano i loro contributi in forma di canale informativo continuo al quale di tanto in tanto dare una occhiata, senza la pretesa di seguirlo nella sua interezza. L’esperienza di molti fra gli utilizzatori di Twitter in modalità “river of news” che sento raccontare è quella di uno strumento comunque efficace di descrizione del lifestreaming, capace di raccontare gli umori e le tendenze della rete nel preciso istante in cui queste si manifestano.

Personalmente prediligo il suo utilizzo in forma di mailing list privata attraverso la quale comunicare brevemente, senza timore di annoiare, le piccole cose della vita quotidiana a persone che si conoscono. Continuo a trovare in qualche misura affascinante essere raggiunto da piccoli messaggi irrilevanti di persone alle quali sono affezionato, a costruire un ambiente familiare attorno alle attività di rete della vita di tutti i giorni.

Qualche giorno fa in una intervista in TV Gillo Dorfles (98 anni splendidamente portati) ironizzava su Internet e descriveva come “pornografica” la voglia dei suoi utenti di “mostrarsi in rete”, di dare segno di sé, di rendere esplicite le proprie forme ed i propri pensieri nei confronti di chiunque abbia attenzione e tempo da dedicargli. Il discorso è complesso e certamente in parte vero (ed in parte francamente no) ma certamente oggi Twitter, da molti a torto additato come un antipatico ed inutile prolungamento del proprio io più irrilevante, sembra essere talvolta il suo esatto opposto. E in accordo con questo sempre più utenti, anche fra i miei contatti scelgono di “proteggere” gli update dei propri twitt dalla teorica visione pornografica del mondo intero, nel tentativo di restituire le proprie brevi impressioni giornaliere alle sole persone davvero amiche.

Fonte | Massimo Mantellini - MANTEBLOG

Marketing Non Convenzionale Vs Tradizionale - 3 Buzz Marketing

Apr 22nd, 2008 by Mauro | 0

Fonte | YouTube

Persone al centro dello spot

Apr 22nd, 2008 by Mauro | 0

Ieri è uscito un mio articolo su Nòva - Il Sole 24 Ore che è nato da qualche riflessione dopo le discussioni suscitate dall’arrivo di alcune aziende su Twitter. Il titolo dell’articolo, che è quello del post, non è farina del mio sacco. La versione qui è pressoché uguale a quella pubblicata, ma con i link.

L’advertising tradizionale su internet sta invecchiando rapidamente, l’esercito degli utenti occasionali della rete disposti a cliccare su un banner è destinato per forza di cose a ridursi in un futuro forse non troppo lontano. Le aziende cominciano a cercare nuovi strumenti e esplorano i luoghi di aggregazione degli utenti più evoluti che usano i social network e partecipano alla “grande conversazione”. Per presidiare questi nuovi luoghi è necessario ripensare tutta la strategia di comunicazione: cercando il dialogo, ascoltando le persone e le loro esigenze, attivare dei meccanismi di feedback positivo che rafforzino l’interazione tra i propri clienti e le modalità di erogazione del propri servizi o la commercializzazione dei propri prodotti.
Chi frequenta la rete da molto tempo ha sviluppato una specie di “cecità selettiva”: non solo non clicca sui banner e sui link pubblicitari, ma spesso non li vede neppure: o perché ha sviluppato “anticorpi” così potenti da escludere dalla propria vista le inserzioni pubblicitarie, oppure perché utilizza un browser di ultima generazione che è in grado di non visualizzare neppure la pubblicità. Per chi è interessato a prodotti e servizi, un banner è troppo poco, per gli altri è troppo e troppo invadente.
Per risolvere questa situazione è necessario uno sforzo da parte della aziende per ripensare la propria presenza in rete; utilizzando bene pochi strumenti in maniera appropriata e creativa si possono ottenere ottimi risultati.

Ma che cosa chiedono veramente gli utenti più avanzati, quelli che popolano “la parte abitata della rete”? Perché dovrebbero aver voglia di interagire con un’azienda? Cosa dovrebbe fare un’azienda per suscitare interesse online?

Come prima e più importante cosa: persone. Nessuno ha il minimo interesse a “parlare” con un marchio o con un reparto marketing: vogliamo nomi e cognomi, pagine “about”, foto. Vogliamo comunicare con qualcuno, non con qualcosa. Poi ci vuole passione: chi vuole parlare dei propri prodotti e servizi deve farlo con passione, che è una cosa difficile da simulare; le persone che scrivono con passione hanno un linguaggio diverso da un’azienda. Questo linguaggio è normale per chi già scrive un blog, ad esempio, mentre è una novità per un’azienda, la quale potrebbe avere difficoltà a comprenderlo.

Il taglio personale dovrebbe descrivere prodotti e servizi con un linguaggio non paludato, senza enfasi di marketing, cercando di mantenere un atteggiamento il meno “religioso” possibile, per quanto difficile possa essere. E’ importantissimo accettare le critiche: spesso sono un’occasione di miglioramento, molte volte sono la voce di un disagio che non è neppure arrivata all’azienda. Bisogna a farle diventare opportunità, invece che casi da gestire o peggio da ignorare o mettere a tacere. Inoltre è fondamentale essere sempre sinceri, anche se fosse scomodo o difficile; su internet le bugie non le hanno neppure, le gambe, tanto vale non farsi cogliere impreparati. E non vanno commesse ingenuità: imparare ad usare gli strumenti propri del mezzo è fondamentale: i social network hanno una serie di funzioni che vanno padroneggiate con disinvoltura per essere credibili; in particolare va posta grande attenzione al rispetto della “netiquette”.

Cercare e coinvolgere persone esterne all’azienda appassionate dei propri prodotti. Robert Scoble, uno dei blogger più famosi, ex dipendente Microsoft, dice: “Dovreste essere voi i massimi esperti sui vostri prodotti, specialmente se intendete aprire un blog al riguardo. Se esiste qualcun altro al mondo che ne sa di più, assicuratevi di linkarlo adeguatamente (e magari mandategli dei regalini per ringraziarlo della sua passione).” Le persone estranee alle logiche aziendali, che diventano evangelist di un servizio o di un prodotto sono preziosissime per l’azienda, poiché godono molto spesso di una grande credibilità ed autorevolezza nel loro campo, dovute proprio alla grande competenza e passione disinteressata.

Si tratta certamente di un percorso lungo e difficile, ma l’apertura di un’azienda alla rete è un processo che richiede tempo, è una fiducia che va conquistata. E al minimo passo falso si rischia di buttare al vento mesi di sforzi. Nicola Mattina, esperto di comunicazione online, descrive benissimo i problemi a cui stanno andando incontro le aziende: “… le aziende non sono attrezzate per conversare e sono spiazzate dal non riuscire a governare le relazioni come desidererebbero. Il controllo, infatti, è una promessa che chi si occupa di comunicazione è sempre meno in grado di mantenere […] Chi usa i media sociali con consapevolezza, non è prevedibile e tende a cambiare continuamente le regole sperimentando strade nuove e individuando nuove configurazioni. Nel mondo dei media sociali, la comunicazione persuasiva cede il passo alla conversazione. Questo passaggio mette in crisi l’azienda, che è abituata a comunicare a qualcuno, invece che a comunicare con qualcuno, e – allo stesso tempo – la obbliga a mettersi in discussione. D’altro canto, non c’è alcun motivo per supporre che chi dialoga sia necessariamente compiacente […].

Proprio questa mancanza di soggezione e di compiacenza è l’aspetto che probabilmente spiazza maggiormente. Dopo anni di call center a 50 cent/minuto subappaltati a mandrie di Co.Co.Co., siti web non funzionanti, assistenze incapaci, mail senza risposta, errate fatturazioni con esiti kafkiani, appena le persone si accorgono che qualcuno li ascolta davvero, forse la prima reazione non sarà “Benvenuti!”. E non serve a nulla dichiarare “siamo il marketing, siamo la parte gggiovane e bella dell’azienda”: per l’utenza l’azienda è una sola, ha una faccia sola che spesso si identifica con il peggiore dei suoi comportamenti. E gli utenti sanno essere cattivi e possono rendere difficile la vita online alle aziende, tanto da scoraggiare chi non ci crede davvero e magari ha dubbi a buttarsi nella mischia.

Dice Mafe De Baggis: “Criticare aspramente e in pubblico ogni timido tentativo di comunicare in modo diverso, poco invasivo, creando un rapporto paritario, vuol dire rendere più difficili questi tentativi e dare implicitamente ragione a chi rifiuta di dialogare perché l’unico modo di comunicare in pace è unidirezionale, confermare lo stereotipo dell’utente medio aggressivo e intollerante […] Reagire accusando di spam non fa altro che rendere la vita più difficile alle aziende che stanno davvero cercando di capire se e come usare la rete, e quindi contribuire involontariamente a un futuro più ricco di banner invasivi che di presenze discrete.”

Sono tutte opinioni sensate e condivisibili, ma spesso gli utenti non sono “aggressivi ed intolleranti” nei confronti del tentativo di comunicare, bensì nei confronti dell’azienda stessa, esasperati proprio dalla mancanza di dialogo; viene fuori tutto improvvisamente e contemporaneamente, comprese molte voci di dissenso. A questo punto deve arrivare l’intelligenza dell’azienda: capire, conversare, chiarire, dissipare i dubbi e raccogliere spunti; mai come oggi le critiche devono essere strumento per migliorare, piuttosto che fastidiosi inconvenienti da evitare a tutti i costi.

C’è ancora tantissimo da fare, specialmente in Italia, dove la presenza delle aziende su internet è ancora lontana dai numeri dei paesi anglosassoni. Cito un commentatore del mio blog (commento di dicembre 2007): “Il valore del mercato pubblicitario online è di circa 250/300 milioni di euro, cioè meno del 3% del totale mercato pubblicità (circa 10 miliardi di euro). In Europa si sta viaggiando vicino al 10%. Di questi 250 milioni, il 70% è distribuito tra i primi 5 portali (escludo da questo calcolo Google perché viaggia su un universo parallelo). Di questi 5 portali i primi 3 sono telefoniche e 2 sono portali americani […]. Per le telefoniche, internet rappresenta qualche punto percentuale di tutto il loro business.”.

La speranza è che sia solo l’inizio di un processo di cambiamento che tutte le aziende dovranno affrontare prima o poi. Chi inizia oggi si troverà sicuramente avvantaggiato domani, perché sarà a suo agio in un contesto dal quale sarà impossibile prescindere.

Fonte | Andrea Beggi

A proposito di Business Tv

Apr 17th, 2008 by Mauro | 0


Molto istruttiva ed interessante la giornata organizzata alla Bocconi sulle Business Tv.

Nonostante il suo solito tono, totalmente fuori dagli schemi, l’intervento più lucido è stato (come sempre) quello di Robin Good, che ci ha ricordato che come i primi siti aziendali assomigliavano a delle brochure, così oggi molti progetti di Corporate Tv corrono il rischio di ripetere gli stessi errori, perché cercano di scimiottare con meno mezzi la televisione generalista.

A conclusione del workshop Paola Dubini chiede al pubblico in sala se ci sono domande.

Ne ho alcune, le pongo qui.

  1. Perchè ci sono così tante piattaforme per Corporate Tv e così pochi contenuti innovativi?
  2. Perchè le imprese non investono di più nell’analisi dei nuovi modelli di fruizione dei contenuti per il web, nella sperimentazione di nuovi format e nella ricognizione dei temi di interesse dei propri pubblici? (Guarda a caso sono questi i temi su cui sto lavorando dal 2002)
  3. Perchè si parla così poco della tv liquida e della possibilità di distribuire i contenuti sulle diverse piattaforme di videosharing, che cosa è questa smania di controllo sui contenuti? Ha ragione Paolo Prestinari quando sposta il focus sugli Enterprise Generated Content
Spero tanto che siano passati i messaggi chiave:
  1. Smettere di pensare in termini di palinsesti, quelli li “compongono” gli utenti. Le aziende devono invece produrre, aggregare, rendere disponibili e organizzare i contenuti di interesse per i loro pubblici (Robin Good)
  2. I contenuti per il web devono essere, articolati, liquidi ed aperti (Paolo Prestinari)
  3. I format in rete sono multidimensionali, comprendono infatti sia i contenuti (testi, audio,grafica, animazioni) sia le modalità di fruizione degli stessi. (Paolo Prestinari)
Come ha fatto notare Paola Dubini, ci troviamo ancora in una fase primordiale di sviluppo dell’utilizzo del video sul web e le imprese stanno facendo esperienza.

Le esperienze di successo ci sono e molti errori possono essere evitati.

La storia è sempre la stessa. Dobbiamo pensare ai contenuti e alle persone, perchè le tecnologie sono solo strumenti abilitanti.

Fonte | Maurizio Goetz - A proposito di Business Tv

Cos’è il Web Semantico e chi ci sta investendo

Apr 16th, 2008 by Mauro | 0

A meno di una settimana dal lieto evento, vorrei condividere con tutti i lettori del blog una grande gioia: la laurea in Scienze della Comunicazione con il punteggio di 105/110.
Dopo tanti sforzi, finalmente ho coronato il mio sogno e sono riuscito a portare a casa l’agognato pezzo di carta.

La mia tesi aveva come obiettivo quello di analizzare il rapporto tra Web Semantico e business aziendale e dimostrare come quest’ultimo possa aprire nuovi ed interessanti scenari a livello imprenditoriale. Per chi volesse approfondire è possibile scaricare l’abstract nella sezione dedicata alle tesi sull’Information Technology e le nuove tecnologie del sito Assinform (L’associazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende ICT italiane).
L’argomento è sicuramente molto attuale e stimolante.
Secondo il suo “inventore”, Tim Berners Lee, che coniò per la prima volta questo termine in un articolo apparso sulla rivista “Scientific American” nel 2001, il Semantic Web è :

“Un’estensione della rete Internet attuale, in cui alle informazioni è dato un senso definito, un significato, migliorando in questo modo la cooperazione tra computer e persone”.

Non sappiamo quanto ci vorrà perchè il Web Semantico diventi realtà, quel che è certo è che ci sono già parecchie aziende che stanno investendo su questa tecnologia. Ecco qualche esempio.
HP: dispositivi che si autodescrivono es. stampanti riconosciute dal nostro notebook o PDA;

Nokia
: nuovi servizi di telefonia mobile personalizzati, diversi per ogni apparecchio;

Google: Open Directory Project - classificazione pagine Web secondo decine di migliaia di categorie;

Philips: sviluppo ontologie per indicizzazione contenuti multimediali (guida programmi televisivi, film, video e canzoni).

Renault: gestione della documentazione relativa alle riparazioni e alla diagnostica dei problemi sulle autovetture.

Questi sono solo alcuni esempi. Altre imprese stanno concentrando le loro risorse finanziarie in questo campo. Presto la vita degli utenti migliorerà grazie a queste applicazioni. Il Web Semantico, se ben sfruttato, porterà cambiamenti inimmaginabili fino a poco tempo fa. Basterà evitare di correre troppo per non rischiare di compromettere tutto il lavoro svolto fin qui.

Io sono abbastanza fiducioso. E voi che ne pensate?

 

Fonte | Andrea Bichiri - Shannon.it

Youtube e l’advertising

Apr 15th, 2008 by Mauro | 0

 

In ad youtube

Chi segue le questioni di pubblicità e Web marketing si ricorderà la discussione relativa agli spot sui video di Youtube.

Poco prima dell’estate del 2007 nei vari blog iniziano a comparire post su probabili forme di revenue per i più prolifici produttori di video. Si discute animatamente di quali tipi di banner o popup possano essere sovrapposti i video.

Ricordo alcuni post, fra i quali uno sul blog ufficiale di Youtube. Il 3 maggio 2007 esce il post: YouTube Elevates Most Popular Users to Partners.

E così comincia il partner program di Youtube.

A fine anno, i risultati cominciano a essere interessanti, tanto da invogliare ad allargare la chance anche ad altri iscritti.

Il 10 Dicembre 2007 arriva un’altra presa di posizione: Partner Program Expands. Ma ancora da questa opportunità resta tagliata fuori l’Europa.

Lo scorso 30 Gennaio finalmente Youtube decide di allargare il suo partner program al Regno Unito. Il 30 Gennaio 2008 esce la dichiarazione sul blog: YouTube Partner Program: Now in the UK.

A fine Marzo 2008 viene rilasciato un sistema di video analytics, come riportato da Massimiliano Scorza su questo blog.

Nel frattempo la sezione advertising di Youtube si arricchisce di video e di contenuti che illustrano alle aziende quali siano gli spazi per fare pubblicità su Youtube. Molto ben fatti.

Dalla divertente miniguida “An Advertiser’s Guide to YouTube” che spiega la differenza fra un InVideo Ad e un Feature Unit, ai case history di sponsorizzazioni e contest.

Inseriti pochi giorni fa, due case studies molto interessanti. Il primo video è sul Project Direct di Hp per un video contest che ha coinvolto il film Juno.

Come sempre: grande buzz, tanti video inviati (oltre 650), la vincitrice invitata al Sundance Film Festival…

Insomma una strategia che funziona.

Cos’altro si inventerà Youtube per far vendere alle aziende, facendo divertire il suo pubblico?

 

Fonte | Elena Farinelli - OneMarketing

Convertire un video per youtube: sei utili suggerimenti

Apr 15th, 2008 by Mauro | 0

youtube home

Da quando su youtube è stata introdotta la possibilità di vedere il video in “qualità migliore”, opzione che dipende dalla effettiva qualità del filmato caricato su Youtube, ogni dettaglio dell’esportazione del nostro video diventa importante.

Ellingtonmedia offre sei suggerimenti sull’esportazione o la conversione del nostro video, in modo da aumentare la qualità finale del video visibile su youtube. Vediamoli insieme:

  • Cominciare sempre dal video nel formato migliore possibile.
  • Comprimere il video usando il codec H.264.
  • Ridimensionare il video a 320×240 px.
  • Deinterlacciare sempre il video.
  • In caso di video con aspect ratio 16:9, usare le bande (letterbox).
  • Sfruttare la mggior parte possibile dei cento megabyte che Youtube ci mette a disposizione.

Condivido pienamente tutti e sei i suggerimenti, fuorchè il terzo, quello del resize a 320×240. In un momento in cui le soluzioni tecnologiche spingono verso una qualità sempre migliore del filmato, e la stessa Youtube permette una visualizzazione in Higher quality per i video “migliori” può essere controproducente ridimensionare il fotogramma, per evitare che il resize venga effettuato dai server di youtube. Su questo punto allora meglio attenersi alle faq, 640×480, e - in fin dei conti - scegliere una risoluzione decisamente migliore.

Poi non dite che non ve l’avevo detto!

Link: 6 tips for High Quality Youtube Video

 

Fonte | daniele rollo

Stickering alle porte di Amsterdam

Apr 15th, 2008 by Mauro | 0

Lo scorso 26 marzo, la World Vision ha lanciato nella capitale olandese una campagna contro il lavoro minorile.

In quella giornata un centinaio di bambini hanno manifestato contro lo sfruttamento del lavoro minorile, visitato diverse ambasciate e la Casa del Parlamento.

Nella campagna da cui è tratto questo video è stata coinvolta l’agenzia Ogilvy che per l’occasione ha ‘incatenato’ alle porte girevoli di edifici pubblici di Amsterdan, adesivi in scala 1:1 che raffiguravano bambini dai visi tristi portatori del messaggio: “Il lavoro minorile non può essere ignorato”.

Stickering alle porte di Amsterdam

Fonte | Ninja Marketing

Un blog come strumento per comunicare credibilità

Apr 15th, 2008 by Mauro | 0

Se vendi prodotti o servizi, un blog può diventare un’ottimo strumento per comunicare la credibilità della tua offerta o per spiegare ad un potenziale cliente quello che fai e perchè.

Ad esempio, quando qualcuno che non mi conosce mi chiede informazioni su quello che faccio e sul mio approccio al web marketing, spesso lo rimando a leggersi questo blog. Dove può trovare informazioni utili e casi studio.

Lo stesso meccanismo può essere utilizzato in tanti mercati e tipi di aziende differenti…

Se sei un’agente immobiliare, puoi scrivere un blog riguardante la tua agenzia immobiliare e quello che vedi accadere nel mercato immobiliare della tua zona…

Se hai una software house, puoi presentare nel blog le novità dei tuoi prodotti e alcuni consigli d’uso…

Uno dei possibili modi poi per facilitare la relazione col potenziale cliente, è scrivere nel blog “come se” il cliente domani venisse a trovarti.

Faccio un esempio, con riferimento a quello che potrebbe scrivere un agente immobiliare nel suo blog…

Immaginiamo che tu domani venga a trovarmi nella mia agenzia… la prima cosa che vedremo insieme è di quale tipo di abitazione hai bisogno, e quali sono le tue reali necessità. Io ti spiegherò quali opportunità nascoste ti offre adesso il mercato, e vedremo alcune idee interessanti in riferimento alle tue esigenze specifiche. Poi…

In questo modo puoi creare nel cliente, prima ancora che ti conosca di persona, un’immagine di se stesso mentre dialoga con te. Facilitando il rapporto e quindi la vendita.

Come altro vantaggio, il blog si presta molto bene alla vendita tramite comunicazione implicita. Trovi un esempio in questo articolo.

Fonte | Venice Marketing Report

Intervista a Stefano Salbe, CFO, Digital Bros

Apr 15th, 2008 by Mauro | 0

Una società che è stata capace di internazionalizzarsi puntando sulle nuove tecnologie. Un’azienda che giudica internet fondamentale per il proprio futuro. E che ha lanciato un portale europeo di videogiochi capace di incassare 140 mila accessi in soli 3 mesi. Stefano Salbe, direttore finanziario di Digital Bros, spiega così la chiave del successo della major company che opera nel settore dell’intrattenimento digitale.

cv_salbe_small.jpg “Puntiamo tantissimo - dice - sull’innovazione: siamo stati una realtà che è stata capace di internazionalizzarsi, grazie al management ma soprattutto grazie all’innovazione dei processi e delle tecnologie”. Sul fronte delle risorse destinate in maniera specifica all’It, per Salbe “il livello di investimenti è piuttosto ridotto, visto che siamo una realtà commerciale. Nell’ultimo triennio abbiamo speso più di 1,5 milioni nel sistema ERP e nell’innovazione. Il che ci ha permesso di scalare a livello internazionale in maniera piuttosto rapida, muovendoci in modo molto rapido dall’Italia in Francia, Inghilterra e Spagna”.

L’attenzione di Digital Bros è invece tutta focalizzata su internet: “Siamo una società di entertainment e di video giochi, e ovviamente abbiamo investito sull’on line gaming in maniera piuttosto importante: abbiamo creato una joint venture con il gruppo Rcs, creando un portale di gioco on line casuale, abbiamo creato un portale europeo di gioco “gametrade.com”, con più di 140 mila registrati users a 3 mesi dal lancio.

Per cui, internet è fondamentale per il nostro futuro. In termini invece di processi, abbiamo sviluppato e implementato una tecnologia innovativa con i nostri clienti e fornitori. Per cui il web dal punto di vista dei processi è importante così come per il business che realizziamo”.

Per il manager, dunque, tocca innanzitutto al sistema Italia scommettere sull’It, “perché il futuro – puntualizza - è dato solamente dall’innovazione, nelle tecnologie e nei processi. Sono investimenti che in un’ottica di lungo termine rendono e permettono un’espansione come quella che il gruppo Digital Bros è riuscita a realizzare negli ultimi tre anni”.

Fonte | di Francesco Catanzaro - Caffeconbea.it