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Web 2.0 per aziende: Blog, Twitter, Social Network, YouTube, Forum...

Cosa sono i Social Network?

Apr 14th, 2008 by Mauro | 0

Fonte | YouTube

Social Network e aziende, quali opportunità?

Apr 14th, 2008 by Mauro | 0

social-networks.GIFUno dei fenomeni più interessanti di Internet degli ultimi anni è senza dubbio la rete sociale o, per dirla all’inglese, i social network. Ovvero gruppi di persone stabilmente connesse tra loro da legami sociali che spaziano a seconda del tema del network: il lavoro, la cultura, il tempo libero, rapporti amorosi (inutile nasconderlo) e amicali, e, più in generale, nelle aree di interesse civile che animano e motivano i navigatori di Internet.

L’adesione ad un network nasce dall’esigenza da parte degli utenti di organizzare una propria mappa di relazioni, individuabili in base alle proprie esigenze. Esigenze ‘liquide’ perché mutabili di volta in volta a seconda di più variabili che condizionano la frequentazione della rete.

La complessità e l’espansione delle mappe sociali ne fanno senza dubbio anche una delle forme più evolute di relazioni e comunicazione online fin dalla sua origine, che possiamo datare nel 2003. In cinque soli anni la geografia e la natura dei social network si è modificata ed ha assunto un ruolo e un peso sempre maggiore all’interno di Internet.

Oggi i maggiori social network superano agevolmente i 50 milioni di utenti.

social-networks-map.jpg

Ma non è del successo dei social network che voglio parlare oggi, bensì delle nuove opportunità che il fenomeno ha portato con sé. Per milioni di utenti, l’adesione ad una rete sociale è dettata soprattutto da motivi personali, come abbiamo avuto modo di spiegare precedentemente, e dalla voglia di aprire all’esterno la propria rete di contatti.

Ebbene questa enorme concentrazione di motivazione ha attratto a sé nuovi interessi e i social network sono passati da community più o meno interessanti a volani di nuove attività e opportunità. Le imprese hanno incominciato a guardare ai social network per cogliere in anticipo, rispetto ai tradizionali osservatori (molti dei quali off-line), le tendenze del pubblico con l’obiettivo di interpretarne al meglio le esigenze.

In tempi più recenti i social network sono diventati terreno di esplorazione delle comunicazione delle imprese e della pubblicità che in Internet sta trovando nuovo forme espressive.

Oggi i social network sono diventati a loro volta impresa che fonda i nuovi modelli di business proprio sul senso di appartenenza e di comunità degli iscritti.

Ma c’è un altro fenomeno che si sta affermando, ovvero il social network non è più visto come un ambiente e un momento aggregativo ma come un’opportunità professionale, in grado di attrarre nuove figure e nuove professionalità.

Internet sta scrivendo un’altra pagina della sua storia.

Fonte | di Marco Bucci - caffeconbea.it

Corporate blogging: parte 2

Apr 13th, 2008 by Mauro | 0

Proseguo il discorso sulla fenomenologia del corporate blogging, introducendo altri due tipi di blog: il testimonial blog e il brand/product blog.

5. Testimonial blog
Il testimonial blog si muove sulla falsa riga del Ceo blog: una persona mette la propria faccia per perorare la causa aziendale. In Italia mi viene in mente Antonio Tombolini che ha attivamente bloggato a favore di San Lorenzo conquistandole le simpatie della blogosfera. Antonio ha iniziato inviando pacchi di prova ai blogger e ha proseguito spedendo aiuti alimentari per sfamare i partecipanti ai barcamp. Poi ha creato un vero e proprio social network su Ning e ha organizzato l’iniziativa “Il vino lo portiamo noi”. Alla fine, però, l’idillio si è interrotto: San Lorenzo, infatti, è risultata particolarmente antipatica quando è diventato di pubblico dominio il suo atteggiamento nei confronti degli operatori del call center. A questo punto, Antonio ha di fatto sospeso la sua attività di proselitismo verso i blogger, coerentemente con l’approccio dell’azienda che ha adottato la tattica del silenzio. Da quello che leggo, rimane in piedi solo l’iniziativa “Il vino lo portiamo noi”.
Un altro esempio interessante riguarda il network di blog di Telethon: anche in questo caso, non si tratta di persone che lavorano direttamente per l’organizzazione. Molti di loro, infatti, sono ricercatori che beneficiano dei fondi e rappresentanti delle associazioni dei malati. Costoro ricevono dei contributi da Telethon e testimoniano il loro supporto all’associazione anche così.

6. Brand/Product blog
Alcune aziende decidono di avere un blog collegato al proprio marchio o a uno specifico prodotto, ospitando i contributi dei propri dipendenti. In funzione dell’ampiezza dell’argomento potremo parlare quindi di brand o di product blog. Tra gli esempi internazionali, possiamo citare il blog ufficiale di Google, in cui i diretti responsabili trattano solo temi importanti per l’azienda: per esempio, è abbastanza frequente che vi siano annunciate le acquisizione e che l’annuncio sia dato direttamente dal management dell’azienda acquisita. Per l’Italia, potrei citare The Duck Side, il blog della Mandarina Duck, che si presenta come una vera e propria conversazione attorno all’azienda. Il tutto è così naturale e ben fatto, che una delle autrici principali del blog è la signora Valeria, l’assistente alla presidenza e alla direzione generale e le biografie dei blogger non sono curricula, ma candide auto-biografie.
I product blog sono invece molto focalizzati su uno specifico prodotto (o linea di prodotti) e sul team che lo sviluppa. Oracle, per esempio, ne ha un buon numero, come quello del gruppo che si occupa della sicurezza. La stesso cosa in Microsoft, dove – per esempio – è possibile leggere quello del team che sviluppa Internet Explorer. E così di seguito. Questi blog rendono conto dell’attività, forniscono informazioni e suggerimenti, annunciano le nuove release e raccolgono feedback. Nel mondo del software, in particolare, servono per tenersi in contatto con le comunità di sviluppatori.

Fonte | Nicola Mattina Blog

Ross Mayfield: wiki e blog come strumenti collaborativi in azienda

Apr 13th, 2008 by Mauro | 0

Di seguito la mia intervista con Ross Mayfield, fondatore e presidente di Socialtext.com, pubblicata ieri su Nova24, il Sole 24 Ore.
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Poniamo il caso che nella vostra azienda un gruppo di dieci persone stia lavorando ad uno specifico task o progetto. Si presentano due possibilità: nella prima, ovvero la più probabile, tutta la preziosa esperienza generata in corso d’opera dall’interazione tra i membri del gruppo diventerà loro esclusivo bagaglio professionale, restando nel migliore dei casi seppellita in qualche casella e-mail o sparpagliata in polverosi incartamenti. Un domani, chiunque in azienda debba ripetere il task dovrà praticamente ricominciare da capo, con grande spreco di tempo e risorse.

La seconda opzione, francamente più allettante, ce la propone Ross Mayfield, co-fondatore e presidente dell’americana Socialtext.com: molto semplicemente, consiste nel «prendere dalla Rete quei potenti strumenti di comunicazione e condivisione delle informazioni noti col nome di wiki (e blog) ed importarli dentro le intranet aziendali». Una volta al sicuro dietro potenti firewall, questi “social software” compiono il miracolo trasformandosi in “depositi” di preziose informazioni sempre disponibili, aggiornate, riutilizzabili. «Una memoria comune dove riversare l’esperienza maturata nello svolgimento di qualsiasi compito, patrimonio dell’azienda e di tutti i suoi dipendenti.»

Miracoli del social software per comprendere i quali serve innanzitutto capire cosa sia un wiki: la parola, che in lingua hawaiana significa “rapido”, “veloce”, indica un software per la pubblicazione di contenuti online facile da usare e, soprattutto, aperto al contributo di chiunque. E’ lo stesso software, per intenderci, con cui una vasta ed eterogenea comunità di utenti internet ha costruito con successo l’enciclopedia online Wikipedia. Uno scrigno dentro il quale la “massa” trova quasi naturale riversare generosamente la propria “saggezza” e condividerla per il bene comune.

Belle parole, ma per capire davvero serve un esempio pratico. Mayfield cita nientemeno che Dell: «Abbiamo creato un wiki destinato ai 5mila dipendenti del call center aziendale – spiega -, dando ad ognuno la possibilità di pubblicare, integrare o semplicemente consultare soluzioni a problemi ricorrenti, indicazioni su come e cosa rispondere ai clienti, richieste di supporto per casi anomali». I risultati sono andati oltre le più rosee aspettative: avendone la possibilità «i dipendenti del call center hanno iniziato a generare migliaia di pagine, creando rapidamente una documentazione così utile che la lunghezza media delle chiamate in assistenza si è ridotta del 15/20 per cento». Non solo: trovatosi di fronte a questa mole di preziosi feedback raccolti e catalogati nel wiki, il management di Dell ha deciso di condividere la risorsa con tutti i suoi 50mila dipendenti.

Un successo, dunque. Viene da chiedersi se e come sia replicabile anche in altre realtà aziendali, e la risposta è sì: «Quello che è accaduto con Dell si è ripetuto quasi esattamente con Micro Strategy» conferma infatti il presidente di Socialtext. Qual’è tuttavia la ricetta del successo? Sul lato tecnico la risposta è semplice e gli ingredienti sono alla portata di tutti: «un wiki, un buon motore di ricerca interno, una puntuale ed efficace pratica di “tagging” dei contenuti».

La vera difficoltà è invece nel far sì che i nuovi strumenti e processi di gestione delle informazioni vengano accettati in azienda. È infatti necessario un profondo cambio di mentalità a tutti i livelli: il management deve rinunciare a una fetta del proprio controllo sui flussi informativi e sull’interazione tra i dipendenti, creando in azienda un ambiente favorevole a quei meccanismi collaborativi che sono il vero motore dei social software. I dipendenti, a loro volta, devono essere parte più attiva dei processi aziendali: affinché ciò sia possibile, è importante fornire loro le giuste motivazioni e, quando possibile, gratificarli per l’impegno che profondono ad esempio nella stesura di un wiki.

La necessità di allentare un po’ la corda del controllo non deve tuttavia spaventare i manager. La loro leadership non è in pericolo: « Il cambiamento in corso nella comunicazione interna delle grandi aziende non porterà a fare a meno dei capi – chiarisce Mayfield -, e ci sarà sempre un gruppo ristretto di persone cui spetta la responsabilità di prendere le decisioni che contano. Quello che cambierà sono i flussi e la gestione delle informazioni che quelle decisioni determinano».

Per saperne di più:
- Socialtext.com

(special thanks to: Beniamino Pagliaro, Paolo Valdemarin, Sergio Maistrello)

Photo: Stephanie Booth

Fonte | di Alessio Jacona - Blogs4biz

Guerrilla Marketing - Best Game Ever

Apr 13th, 2008 by Mauro | 0

Fonte | YouTube

Marketing Non Convenzionale Vs Tradizionale - 2 Viral Marketing

Apr 10th, 2008 by Mauro | 0

Fonte | YouTube

Un corporate blog? Per molti ma non per tutti…

Apr 8th, 2008 by Mauro | 0

Simone Carletti (Weppos), in questo video spiega bene cosa è un corporate blog. Infatti, il blog aziendale (o corporate blog) è uno dei temi caldi del momento. Se ne parla molto, si guardano esempi più o meno di successo, alcune aziende che già hanno il sito internet si domandano se sia il caso di aprire un corporate blog o no.
In effetti le domande alle quali un’azienda dovrebbe rispondere sono tante..

La prima cosa (sembra scontato dirlo) è guardare gli obiettivi: un blog aziendale può costruire o fidelizzare una brand community (ha lasciato il segno in questo Ducati), a volte anche parlando di altro (come nel caso di Benetton Talk), oppure può occuparsi di alcuni prodotti/servizi di nicchia, magari ascoltando il feedback e i commenti degli utenti (persino sviluppandoli insieme). Un blog può nascere per tanti motivi (penso al blog degli agenti di viaggio italiani, al blog dei dipendenti della Sun, al caso Ediprint e a tanti altri).

In genere, tutta l’immagine dell’azienda ne beneficia, acquistando un volto più umano, sia che si parli di prodotti, oppure che si raccontino episodi interni all’azienda o la storia di un nome (come ad esempio il recente Duck side).

Ovviamente si ha un maggior impatto quando è coinvolta la direzione: un CEO che si mette in discussione, postando su un blog, è visto come un segnale molto forte. Ma molto dipende anche dalla capacità di generare engagement in chi legge.

Al contrario un blog che si limita a essere la versione moderna e se vogliamo un po’ “modaiola” di un moderno ufficio stampa (quindi riproporre i comunicati stampa, senza cercare il dialogo) non provocherà un seguito consistente né reazioni positive.

Alcune multinazionali e grandi aziende sono spaventate dallo strumento, che apre un dialogo diretto con il consumatore, e non si rendono conto che solo per il fatto di fare un passo del genere, ottengono un ritorno in termini di immagine incredibile. Altro aspetto sottovalutato è la parte dei consumatori pronta a scendere in campo e difendere l’azienda in cui si identifica, nel caso venisse attaccata sul proprio blog.

In realtà se viene fatto un buon lavoro a monte, la gestione day by day è molto più semplice di quello che si potrebbe pensare.

Tralasciando una corretta valutazione dei costi (economici e in termini di tempo) e una buona analisi della concorrenza, che darei per scontate in qualsiasi iniziativa di marketing, l’azienda che vuole aprire un blog deve stabilire chiare linee editoriali.

E’ assolutamente obbligatorio avere chiaro, prima di iniziare, quali saranno gli argomenti trattati (più che di cosa si parla è importante definire di cosa NON si parla), quale sarà il tono da usare (va bene essere informali, ma fino a che punto?) la scelta di chi posta (un AD che dialoga è sicuramente un segnale forte, ma può essere insufficiente per avere una regolarità e frequenza di post) e la frequenza, la gestione delle critiche, delle lamentele e di eventuali attacchi (i commenti moderati? prima o dopo? censurati?). Alcuni hanno optato per lasciare libertà di espressione, ma non obbligo di risposta.
Persino dietro la scelta di una firma o di un nick possono celarsi problematiche a non finire.

Una volta stabiliti questi punti la gestione non è così complicata. Detto questo, non è un obbligo aprire un corporate blog. Il blog è uno strumento potente, che può portare tanto clamore, risposte, imput ma implica impegno, costanza (non si puo’ abbandonare dopo un paio di mesi) e aggiungerei onestà.

E’ meglio farlo se e solo dopo aver chiarito cosa si vuole ottenere tramite di esso.

A proposito di blog ben gestiti e dialogo con gli utenti: date un’occhiata in questi giorni a Desmoblog, suggerisco la lettura dei commenti dei lettori del blog, ma anche dei dipendenti, dopo la notizia dell’addio dell’AD nonché autore del blog Federico Minoli (interessante che abbia dato la notizia sul blog, tramite un video su Youtube).

Fonte | Elena Farinelli - oneMarketing

L’importanza di un piano editoriale per un blog

Apr 8th, 2008 by Mauro | 0

 

Il blog Family Business Smart, realizzato da Monkey Business per Cerif/Università Cattolica del Sacro Cuore, nasce con la missione di "individuare, raggiungere e coinvolgere le numerose aziende familiari italiane in una conversazione sui temi del family business [...] attraverso l’ascolto e la partecipazione in rete".

Se l’intenzione è buona, altrettanto non si può dire dei risultati: in ben due mesi di vita il blog ha prodotto due soli post, uno dei quali di presentazione dell’iniziativa, venendo meno all’intenzione dichiarata di "seguire la conversazione con sollecitudine e accuratezza" fornendo "di continuo nuovi articoli".

Sono cose che accadono fin troppo spesso e che confermano la mia teoria:

la creazione di un blog istituzionale, corporate o commerciale non può e non deve prescindere dalla definizione puntuale e dettagliata di "piano editoriale".

I puristi della blogosfera stiano pur tranquilli: con questo non intendo dire che si debbano mettere le parole in bocca al/ai blogger, inibendone sincerità e spontaneità. Lungi da me l’intenzione di "pilotare" la conversazione piegandola a regole di marketing e PR, tanto sensate nella comunicazione tradizionale quanto letali nella comunicazione del web 2.0.

Quando parlo di piano editoriale mi riferisco all’organizzazione del flusso di idee, contenuti e quindi valore che deve alimentare con continuità il blog. Un insieme di temi e linee guida da definire a priori e lungo le quali muoversi con decisione senza tuttavia perdere mai di vista gli stimoli e le variazioni di rotta imposti dalla conversazione con il pubblico.

Perché la "magia" avvenga è necessario che una "redazione" di blogger motivati prenda forma in azienda e gestisca una flusso costante di informazioni. In caso contrario, si rischia l’attuale sorte del blog Family Business Smart, costruito partendo da una buona idea e già sul viale del tramonto per cronica mancanza di contenuti.

Per saperne di più:
- Family Business Smart
- Monkey Business

 

Fonte | Alessio Jacona - Blogs4biz

Le imprese controllano la propria reputazione online?

Apr 7th, 2008 by Mauro | 0

piazza
photo credit: maxbog

Internet è una immensa piazza virtuale, dove come accadeva secoli fa nelle polis greche, e solo poche decine di anni fa ancora nei piccoli centri della nostra penisola, si sviluppano incontri, commerci, trattative, conversazioni.

Le aziende, tutte, anche se in diversa misura, sono coinvolte, perché di loro e dei loro prodotti si parla, si discute, ci si confronta, e si, ovviamente si critica anche. Inutile e sciocco nascondere la testa sotto la sabbia, là fuori stanno parlando di voi.

Trascurando per un momento la distinzione tra la reputazione dell’azienda e quella dei suoi prodotti, argomenti peraltro inscindibili, la domanda è:

Le aziende si preoccupano di gestire la propria reputazione online?

Sono costretto a citare ancora una volta Maurizio [il grassetto è mio]:

E’ bello sentir parlare manager di importanti centri media e agenzie creative di media digitali, di social media, di engagement, ma credo che fintanto che non si vedrà un cambio di paradigma, dalla notorietà alla reputazione, sarà meglio lasciare i media digitali dove sono, perchè il rischio di farsi male è davvero grande.

Da De Mauro:
Notorietà: fama, rinomanza;
Reputazione: stima, considerazione in cui si è tenuti da altri;

Molte aziende, sui canali di comunicazione tradizionale, ma anche su Internet purtroppo, sono impegnate quasi esclusivamente ad inseguire la notorietà, confondendola probabilmente con la reputazione. Certo, essere riconosciuti e riconoscibili non ha improvvisamente perso il proprio significato nell’ambito del marketing della comunicazione, ma bisogna fare attenzione al mezzo.

Il web è il mezzo dialogico per eccellenza, ovvero quello più orientato al dialogo che per definizione non può essere monodirezionale.

Detto in termini più semplici, su Internet il megafono ed i toni iperbolici della pubblicità non sono molto utili agli scopi dell’azienda. Tanto più se non si presta la dovuta attenzione a quello che sta dicendo il resto della piazza, il resto delle persone che sono interessate all’argomento di cui parliamo, ma non solo per ricevere il nostro messaggio, ma anche e forse soprattutto per farci pervenire il loro contributo.

Le aziende oggi sono ancora perse di fornte al senso di smarrimento generato dalla apparente frammentazione delle conversazioni online. Nel web non esiste, e forse non è mai esistito, un mainstream, un flusso principale, così alcune delle aziende che si avvicinano alla blogosfera si affidano alle classifiche, sperando di capirci qualcosa, ma queste misurano più probabilmente la notorietà piuttosto che la reputazione dei blog, e le due cose non necessariamente coincidono.

In ogni caso, le classifiche rappresentano una parte di un tutto, perchè non esiste il Blog-Prototipo, come dice Mauro Lupi:

Solo che l’umanità che scrive (hey, ci pensate che da quest’anno ci sono più blog che siti web?!) non è - per fortuna - circoscrivibile in una classifica.

Per gestire la propria reputazione online le aziende dovrebbero togliere il cappello del direttore marketing ed indossare quello degli utenti, delle persone a cui sono destinati i prodotti o i servizi. E’ con loro che le imprese devono imparare a parlare, perché la reputazione è più importante della notorietà: a cosa serve essere conosciuti come un’azienda che non si cura dei propri clienti?

La reputazione, tanto online quanto offline, va creata, costruita, coltivata, ed in alcuni casi difesa, sempre con onestà intellettuale. Tramite il dialogo.

Fonte | Il blocco-note di Markingegno

Corporate blogging: parte 1

Apr 7th, 2008 by Mauro | 0

Quali sono gli approcci possibili al corporate blogging? Penso che si possa delineare una progressione che parte dall’atteggiamento difensivo fino ad arrivare al coinvolgimento degli utenti nel processo di disegno ed evoluzione di un prodotto/servizio.

0. Fake blog
Quello del blog fasullo è l’approccio dei relatori pubblici inetti e incompetenti. L’idea luminosa sarebbe quella di simulare un cliente entusiasta che ha deciso di scrivere meraviglie dell’azienda. Peccato che in Internet, le bugie abbiamo le gambe corte, come ha mostrato Wal-marting across America, un blog fasullo inventato da Edelman per Wal-Mart e smascherato nel giro di qualche settimana.

1. Commenti
Alcune aziende fanno monitoraggio delle conversazioni online ed intervengono per rettificare informazioni errate. Una di queste, per esempio, è Vodafone, il cui ufficio stampa interviene in modo trasparente in newsgroup, forum e con commenti ai blog. In questo stadio, si ascolta e si agisce soprattutto per evitare il formarsi di catene di sant’Antonio.

2. Press blog
Con Press blog intendo la trasformazione dell’area ufficio stampa di un sito web in un vero e proprio blog, con commenti, feed Rss e widget. In un mondo dominato ancora dalle aree riservate ai giornalisti accessibili con password e dai comunicati stampa in formato pdf, non sono molti gli esempi che si possono citare: in Italia c’è l’area news di Samsung Italia. In questa categoria, inoltre, possiamo annoverare gli esperimenti di Edelmann, che ha rivisto la formula del comunicato stampa introducendo il social media news release.

3. Marketing blog
Il marketing blog è un blog gestito da professionisti della comunicazione, che serve a sostenere il lancio di un prodotto o di un servizio. Un buon esempio italiano è rappresentato da Quellichebravo, che viene scritto a quattro mani da due product manager di Fiat e da due consulenti (uno dei due è Marco Massarotto). E’ un passo avanti rispetto al press blog, perché c’è il coinvolgimento di persone che normalmente non vengono esposte al contatto con i clienti: costoro vengono aiutati da professionisti che si occupano essenzialmente degli aspetti relazioni del blog.

4. Ceo blog
Poiché la pratica del blogging suggerisce che sia una persona ad apparire come autore perché la blogosfera è una conversazione tra individui, occorre individuare un portavoce aziendale che ci “metta la faccia”. La prima scelta è ovviamente l’amministratore delegato o il presidente, giacché egli svolge già il ruolo di rappresentante aziendale ed è l’unico che può assumersi la responsabilità di quello che dice a nome di tutta l’azienda. Ovviamente occorre avere un capo presentabile e disponibile come Jonhatan Swartz di Sun, cosa non troppo frequente. Il Ceo blogging ha un difetto perché i vertici delle grandi aziende cambiano con una certa frequenza. E’ accaduto, per esempio, in Ducati, anche se il nuovo amministratore delegato (Gabriele del Torchio) ha raccolto l’eredità lasciatagli da Federico Minoli trasformando Desmoblog in un brand blog.

Fine della prima parte. Nel prossimo post: testimonial blog, brand blog, product blog, employee blog, product development blog e internal blog.

P.s. Avete commenti o casi con cui contribuire a questa analisi? Non siate timidi :-)

Fonte | Nicola Mattina Blog